“L’Unione Europea a 60 anni dai Trattati di Roma”

Consiglio Regionale 29 marzo 2017
Intervento Mario Giaccone

La ricorrenza della firma dei Trattati di Roma cade in un periodo in cui la costruzione europea attraversa un momento di crisi e in cui le forze centrifughe trovano argomenti e sostegno in fasce sempre più larghe dei popoli che costituiscono l’Unione.

La Brexit e le altre spinte divisive che attraversano il continente evidenziano le debolezze dell’Unione e mettono a rischio di implosione un progetto antico e, com’è stato detto da altri, illuminato e lungimirante.

Queste spinte auspicano il crollo dell’Europa delle banche e dei burocrati come se questo potesse essere la soluzione per liberare le potenzialità dei popoli e dei territori compressi e sfruttati da una Bruxelles che è percepita come lontana ed indifferente.

Vi sarebbe molto da dire e molto è già stato detto. Voglio soffermarmi su pochi aspetti che a mio avviso sono fondamentali. Mai come in questi casi – nel caso in cui un progetto lungimirante risente di una battuta di arresto o di un momento di difficoltà – la buona politica deve intervenire per tenere la barra dritta e per rilanciare il progetto dei fondatori, cosa che si deve fare, a nostro avviso, in tre punti: prima di tutto spiegare (e rispiegare) ai cittadini che ne fanno parte l’importanza del progetto e la sua ricaduta; in secondo luogo, essere efficaci nell’applicazione del progetto stesso; infine, fare le scelte giuste in una prospettiva di lungo termine.

Quando dico “spiegare” intendo affrontare e smontare i luoghi comuni e le posizioni preconcette che, ad esempio, addossano i costi sociali delle mutate realtà mondiali alle istituzioni comunitarie, facendo intendere che senza l’Europa tutto sarebbe andato per il meglio. Si tratta di argomenti semplicistici e semplificatori che hanno facile presa e che giocano strumentalmente sulle emozioni, ma che sono falsi e fuorvianti, e forse solo redditizi per raccogliere un consenso momentaneo.

Bisogna chiaramente spiegare che il mondo è cambiato e che questo cambiamento non si poteva fermare. E senza una cornice europea le conseguenze per i popoli stessi sarebbero state anche peggiori di quelle che subiscono in questo momento.

Pertanto, chi, come il sottoscritto, cerca di dar voce ai territori e alla società civile, deve porsi il problema di evitare di contrapporre l’attenzione al locale allo scenario globale. La scala con cui i sistemi socio-economici competono nel mondo supera queste dimensioni perché ai vecchi poli economici che operavano in uno scenario nazionale si sono ormai sostituite aree vaste in un contesto non solo continentale, ma globale.

Anche i nostri detrattori devono comprendere che, per esempio, l’asse virtuoso Torino-Milano-Trieste può avere dimensioni competitive se opera in un sistema continentale armonizzato. Senza una scala comparabile a Cina, India, USA e altri Paesi asiatici emergenti, il futuro è la marginalizzazione.

Il secondo punto è il modo in cui essere efficaci. È necessario mettere in atto quei provvedimenti che consentono di rimediare ai rischi che regole pensate per una Europa a 6, possano essere paralizzanti per una Europa a 27 e che la debolezza della politica favorisca e in fondo consenta lo strapotere della burocrazia e la conseguente contrapposizione degli interessi particolari e, di conseguenza, ultima e più grave, la perdita di fiducia da parte dei cittadini.

Infine, fare le scelte giuste nella prospettiva di lungo termine. Il mondo sta cambiando velocemente ed ogni cambiamento è foriero di opportunità e di rischi.

Accanto allo sviluppo della tecnologia e della conoscenza dobbiamo affrontare, per dirla come nella dichiarazione dei leader dei 27 Stati membri, rischi di conflitti regionali, terrorismo, pressioni migratorie crescenti, protezionismi e disuguaglianze sociali ed economiche.

Lascio questa Assemblea con un paio di domande: come si può pensare di affrontare questi temi, che sono non solo epocali ma sovracontinentali, da soli? Come può un Paese membro pensare che il fenomeno dei flussi migratori riguardi solo i Paesi che si affacciano sul Mediterraneo? Il terrorismo e gli eventi recenti l’hanno dimostrato. Non investe, di conseguenza, anche i Paesi più forti e più ricchi che si sentono fuori da determinati problemi?

Noi pensiamo che sicurezza, prosperità, sostenibilità, progresso sociale e ruolo nel mondo possano essere garantiti ai nostri popoli e ai nostri cittadini solo rafforzando e rendendo più efficaci le istituzioni europee.